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Il Civile di Brescia – 3 parte: La competenz...

Il Civile di Brescia – 3 parte: La competenza di Bordoni

Il Civile di Brescia - 3 parte

Il terzo di 6 articoli legati alla storia dell’Ospedale Civile di Brescia. Nei prossimi mesi La Goccia Magazine pubblicherà i successivi 3 articoli nella rubrica Avis Storia. Non perderli.

Il Civile di Brescia – Una struttura e la sua storia come momento di svolta della sanità bresciana – 3 parte: La competenza di Bordoni

Abbiamo indugiato nella prima parte nella ricostruzione degli eventi che portarono alla decisione (che meriterebbero comunque ulteriori approfondimenti) della realizzazione del nuovo ospedale. Ci è sembrata una vicenda tutto sommato paradigmatica. Difficoltà, pressioni di vario genere di una città alle prese prima con le lacerazioni della democrazia e poi con l’unanimismo della dittatura, ed in cui un ristretto ma affiatato gruppo di amministratori seppe destreggiarsi tenendo ben presente le necessità della cittadinanza.

Ancora, non vanno sottovalutate le scelte avveneristiche e decise di un progettista del calibro dell’ing. Angelo Bordoni, che ancora attende una approfondita ricerca circa il suo operato non solo bresciano, le cui soluzioni progettuali, la “filosofia” sottesa alla costruzione del nuovo ospedale visto come “un fiocco di neve” sono state ricostruite in altri volumi di storia cittadina.

Il progetto Bordoni: le caratteristiche fondamentali

Le linee fondamentali in cui si delineava il progetto Bordoni rappresentano davvero un unicuum per i tempi di estrema modernità  e lungimiranza. Lo stesso professionista bresciano ne elenca le caratteristiche fondamentali, scandite nei tre punti di “respiro, elasticità e unità’. Al loro interno si doveva racchiudere il nuovo nosocomio:

“L’ospedale”, scrive Bordoni nella relazione accompagnatoria al progetto originario, “risulterà composto di tre corpi principali e due secondari. I primi tre comprendono tutto il complesso dei reparti e dei servizi costituenti l’ospedale e sono ordinati secondo un piano unitario che risponde a questo programma: a) raggruppare in un unico complesso costruttivo tutti indistintamente i reparti  e tutti i servizi e, ciascuno su un unico piano, ordinarli secondo le esigenze dei singoli e dei reciproci rapporti. b) dare ai movimenti delle persone ed al trasporto dei materiali, prima agli orizzontali e poi ai verticali, proprie sedi distinte non interferenti secondo la diversa natura. c) dare a tutte indistintamente le infermerie, ordinate in corpo semplice, gli orientamenti a sud assoluto ed a sud-est assoluto”.

Nulla era lasciato al caso. Il “fiocco di neve” (come la sua forma induceva i bresciani ad appellarlo familiarmente) crescerà non senza qualche modificazione imposta soprattutto dalle difficoltà belliche. Le polemiche, gli antefatti e le difficoltà sono alle spalle.

 

Ma questi antefatti, le difficoltà frapposte dagli scarsi finanziamenti e dalla lunga guerra, le vicende politiche ed urbanistiche, non devono far dimenticare quello che fu e che rappresentò nell’immaginario collettivo il trasferimento e l’inizio delle attività presso la nuova sede.

Il trasloco al nuovo ospedale di Brescia

Una vera e propria cesura col passato, rappresentato nell’immaginario collettivo cittadino dai chiostri di San Domenico. Un tuffo nella modernità della nuova struttura, nella speranza di una medicina all’altezza della situazione e che darà i suoi frutti migliori anche grazie a questa nuova ed efficiente sistemazione.

Un entusiasmo ed una fiducia che emerge con chiarezza dalle testimonianze di chi visse quel passaggio e che è possibile rintracciare anche nei capitoli che seguiranno, riassunte forse con nettezza dai ricordi del dottor Giacomo Cuter:

“Tornati dai reparti sfollati a Chiari, aspettavamo il nuovo ospedale. ma non ricordo particolari traumi o soddisfazioni preventive. Ci sembrava il corso naturale delle cose. Ma al tras­ferimento ci siam trovati subito molto bene, era un reparto magnifico, ricco di spazi e di letti: malati generici ce n’erano in abbondanza, servivano un paio d’ore al giorno per le visite. ma poi si poteva fare ricerca, vedere vetrini, sentir crescere l’ospedale nelle sue specializzazioni”.

Il trasferimento, che segue agli anni laceranti del conflitto, rappresenta quindi una vera  e propria cesura col passato. Un cambio di mentalità che si accomuna ai progressi della medicina e ad un vero e proprio cambio generazionale. Molti medici e primari vivranno il passaggio al nuovo, altri termineranno con il vecchio ospedale anche la loro lunga carriera.

Gli ultimi primari del vecchio ospedale

 Vale la pena quindi rammentare gli ultimi primari del vecchio ospedale, richiamare almeno col solo nome per alcuni, rimandare a note più estese per altri, queste vite fatte di sacrificio e professionalità, al servizio della gente bresciana:

 

  • il direttore medico Celestino Rossetti
  • Giorgio Sinigallia alla Chirurgia Settica
  • Ettore Pancotto all’Anatomia Patologica ed al laboratorio di analisi cliniche
  • Ugo Baratozzi e Luigi Beltrametti nei reparti di Medicina
  • Gaetano Dossena all’Ostetricia
  • Gaetano Ferroni e Augusto Pignatti a Chirurgia
  • Vittorio Giongo a Urologia
  • Paolo Nichelatti ad Oculistica
  • Francesco Mandruzzato a Traumatologia-Ortopedia
  • Enzo Bazzana ad Otorinolaringoiatria
  • Giovanni Paltrinieri a Radiologia
  • Alessandro Radaeli a Dermatologia

 

Con loro aiuti, assistenti, giovani medici alle prime armi che saranno poi i primari del futuro.

 

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La storia bresciana del sangue. Il secondo di 5 articoli legati alla storia della trasfusione di sangue nella città di Brescia. Scopri di più, clicca qui.

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