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Medici e strutture nella storia della sanità bresciana del secondo Novecento: Brescia all’avanguardia contro il cancro

Brescia all’avanguardia contro il cancro

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Brescia all’avanguardia contro il cancro

I progressi della medicina, non solamente bresciana, si misurano anche nella capacità di acquisire insegnamenti e suggerimenti da ogni branca del sapere. Il creare sinergie, lo sfruttare scoperte e il promuovere utilizzi anche sperimentali di tecniche e ritrovati magari da tempo in uso in altri campi della vita sociale è il segno di una costante tensione all’innovazione, non solamente tecnologica.

 

E se poi questi nuovi utilizzi si associano alle scoperte del nucleare, ai suoi passi da gigante compiuti in questi decenni, allora la necessità di saperne di più, di comprendere come e quanto questi “nuovi saperi” hanno influito nella storia della medicina anche locale.

 

Il termine nucleare d’altronde da sempre infonde sensazioni di mistero e di paura. Sensazioni e certezze legate agli effetti devastanti che la fuga di radiazioni o, come per la bomba atomica, il loro uso intenzionalmente voluto, provoca sulle popolazioni esposte. Eppure l’utilizzo dell’energia atomica ha trovato in campo energetico ormai vasta e sicura applicazioni, così come appunto avviene da tempo in campo medico.

 

A Brescia, come visto, la medicina che utilizza le fonti radioattive ha conosciuto esperienze importanti, fra le prime compiute a livello nazionale nell’anteguerra, continuate poi in traguardi che abbiamo ampiamente riepilogato. Da queste esperienze della nuova frontiera della medicina tradizionale, dall’apporto di discipline diverse come la fisiologia, la radiologia, la biochimica ecc. ha assunto una precisa configurazione anche la medicina nucleare, creata alla fine del 1967 e ufficialmente inaugurata nel marzo del 1968 come Centro di Medicina Nucleare degli Spedali Civili di Brescia.

 

Ed è un altro piccolo primato della medicina bresciana. Se sin dagli anni Cinquanta esistevano in Italia (a Busto Arsizio, Pisa, Torino, Genova, ecc.) laboratori ospedalieri e centri universitari per la manipolazione degli isotopi radioattivi sorgenti, è proprio presso l’ospedale di Brescia che sorge, primo in Italia, un primariato autonomo di questo tipo, dotato di  letti propri. Una struttura tutta da inventare e da costruire, anche in assenza di leggi apposite (la prima al riguardo sarà promulgata in Italia nel 1969, basata in parte anche sull’esperienza bresciana), voluta e seguita sino ad oggi dal professor Maurizio Bestagno.

Scienza di frontiera

Il professore Bestagno, laureatosi a Genova nel 1956, seppur ancora giovane ha già una discreta esperienza al riguardo. Ancora studente, sin dal 1954, frequentava il Centro Radioisotopi della Clinica Medica dsi Genova, ancora in fase di avvio e di affermazione, lavorandovi anche come assistente universitario e diventando nel 1964 anche libero docente di Medicina Nucleare, in un termine allora ambiguo, ma che cercava di recuperare e concretizzare le nuove frontiere del sapere medico. Numerose anche le sue specializzazioni. Endocrinologia, Radiologia, Patologia Medica e la pubblicazione di decine di saggi e ricerche scientifiche in materia.

 

I ricordi del professor Bastagno disegnano la nascita di quel primo autonomo primariato di medicina nucleare italiano. Qui, a Brescia.

 

“Le esperienze sino a quel momento isolate condotte in alcune città italiane avevano portato alla consapevolezza di una stringente necessità di coordinare al meglio questi servizi all’interno delle strutture ospedaliere. Alcuni colleghi mi avevano comunicato, siamo nel 1966, che anche Brescia intendeva in qualche misura procedere alla creazione di un laboratorio nucleare. Così, nell’estate di quell’anno, di passaggio in città, mi presento alla direzione per capire quali fossero le intenzioni della dirigenza. E per la verità fu un incontro deludente: le intenzioni erano la creazione di una piccola sezione di radioterapia, senza avventure nel buio e utilizzando analoghe esperienze già in atto altrove.

Espressi le mie perplessità e anche spiegai come in realtà si dovesse procedere alla nascita di un vero e proprio centro autonomo, lasciando naturalmente che a Brescia si decidesse a proprio modo. Nell’estate di un anno dopo, il 1967, ricevetti una telefonata: “le interessa sempre?” fu la richiesta. “Dipende, se volete fare qualche cosa di buono” fu la mia risposta. Nell’agosto del 1967 sono in riunione in sala consigliare con il presidente Giovanni Savoldi e alcuni consiglieri. Dopo qualche settimana ansceva a Brescia il primo reparto autonomo di medicina nucleare, con una struttura ruotante su un settore diagnostico, una sezione di degenza per la terapia ed il laboratorio”.

 

Fu una nascita felice, anche se non semplicissima. Si doveva davvero inventare tutto, senza riferimenti legislativi precisi, senza esperienze confrontabili, in Italia come all’estero. Contavano le esperienze di settore, di diagnostica, di terapia, di laboratorio, ma la razionalizzazione di un nuovo primariato che dovesse comprenderle tutte era un’altra cosa. Eppoi si dovevano fare i conti con la rapidissima evoluzione tecnologica in materia nucleare, prevederne sviluppi in chiave logistica, di spazi, di professionalità, oltre che verificare giorno dopo giorno efficenza e reale copertura delle necessità mediche della popolazione.

 

Infine, Brescia fungeva da vera e propria cavia, l’attenzione degli specialisti era appuntata su questo nuovo settore. Sbagliare significava non solamente frenare l’evoluzione della materia, ma anche divenire esempi negativi, trascinare magari l’intero ospedale su livelli che non meritava affatto.

 

Sono le tante paure, accanto al tanto lavoro, che accompagnano i primi mesi di vita del Centro di Medicina Nucleare di Brescia. Così il Giornale di Brescia del 28 marzo 1968 annunciava l’apertura del Centro:

 

“Ha iniziato in questi giorni la propria attività il Centro di Medicina nucleare, un nuovo servizio vivamente auspicato ed atteso particolarmente dalla classe medica e che provvede a prestazioni ormai di pratica corrente per le quali i pazienti dovevano essere inviati finora fuori provincia, presso centri metropolitani o universitari. Il centro è dotato di apparecchiature per la diagnostica, con tutti gli isotopi radioattivi di impiego corrente, nei molti campi di applicazione, quali lo studio delle malattie della tiroide, gli studi cosiddetti scintigrafici che interessano molti organi ed apparati, lo studio di alcune malattie del sangue.”

 

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