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Trasfusione di sangue: come funziona il sistema di emovigilanza

Trasfusione di sangue

Recentemente è stato portato alla cronaca un episodio di un errore durante una trasfusione di sangue. Un paziente ha ricevuto una sacca di sangue di un gruppo diverso dal suo.

Come sappiamo i principali gruppi sanguigni sono A, B, AB e 0. La compatibilità tra i diversi gruppi è stabilita da leggi biologiche rigidissime per cui esistono combinazioni possibili e altre che purtroppo danneggiano il ricevente. Questo avviene perché il nostro sistema immunitario è regolato in modo da reagire con elementi “estranei” ovvero contro batteri, virus o, per l’appunto, anche globuli rossi di un gruppo sanguigno diverso generando effetti collaterali anche gravi.

Il sistema di emovigilanza per la trasfusione di sangue

Purtroppo gli errori sono una eventualità insita in qualsiasi procedura e in qualsiasi atto umano prima che medico. Lo scopo della società di medicina trasfusionale nelle sue derivazioni regionali è sempre stato quello di ridurre al minimo, o se possibile annullare, l’eventualità che gli errori trasfusionali si verifichino. Per ottenere ciò in Italia è stato istituito il sistema di emovigilanza. Si tratta di un insieme di procedure rivolte al monitoraggio delle reazioni indesiderate gravi o inaspettate nei donatori e nei riceventi e degli incidenti gravi inerenti al processo trasfusionale nonché alla sorveglianza delle malattie infettive trasmissibili con la trasfusione e alla sorveglianza dei materiali e delle apparecchiature utilizzati nel processo trasfusionale.

 

In Italia in particolare vi sono due sistemi di segnalazione degli eventi derivanti da incompatibilità ABO: il Sistema Informativo dei Servizi Trasfusionali (SISTRA) e il Sistema Informativo per il Monitoraggio degli Errori in Sanità (SIMES).

Lo scopo di questi processi è quello di segnalare tempestivamente i possibili eventi avversi legati alla trasfusione. Questo per mettere in atto tutte le procedure e gli accorgimenti utili a correggere l’eventuale errore e la possibilità che si ripeta. Un esempio di come si sta evolvendo questo aspetto della medicina trasfusionale è l’adozione di complessi sistemi informatici, dalle banche dati, all’utilizzo di etichette con microchip (gli RFID applicati alle sacche anche nella nostra UdR di Brescia) all’utilizzo di pistole scanner per leggere codici a barre univoci per ogni paziente.

Per ogni nuovo accorgimento teso alla salvaguardia del donatore vengono stilate nuove linee guida, nuove flow-chart procedurali e nuovi sistemi di controllo al fine di garantire la massima sicurezza per il donatore e per il ricevente.

Il nuovo sistema digitale e i risultati

Questo approccio che tende alla digitalizzazione delle informazioni e ad un sistema di doppio controllo, umano e computerizzato, ha permesso di ottenere risultati di successo. Dai dati dell’Istituto Superiore di Sanità sui processi trasfusionali del 2016 ricaviamo che in Italia ci sono 1.687.627 donatori che hanno donato un totale di 2.577.212 unità di sangue intero (oltre 3 milioni se contiamo anche i plasmaderivati). Su oltre 3 milioni di trasfusioni effettuate nello stesso anno sono state segnalate solo 1958 reazioni avverse nel ricevente ovvero lo 0.065% dei casi. Di queste solo 1 caso su 339.543 è stato grave o molto grave. Non si è invece rilevato alcun caso di trasmissione di malattie infettive da 10 anni a questa parte.

 

I risultati sono quindi eccellenti. L’aspirazione tuttavia è quella di ottenere la perfezione per salvaguardare la salute di tutti i donatori e di ogni singolo ricevente.

 

– Dr. Claudio  Bravin

 

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