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La storia di Avis e i meriti dei pionieri

La storia di Avis e i meriti dei pionieri

La storia di Avis e i meriti dei pionieri

La storia di Avis: dalle origini al periodo postbellico fino ai giorni nostri. Il difficile percorso di Avis nelle parole del prof. Mario Zorzi.

Amo pensare che i dirigenti di Avis Comunale abbiamo intenzionalmente voluto dare alle manifestazioni celebrative di un anniversario così importante quale è il 70° di fondazione una impronta di austerità e di sobrietà quale si addice a coloro che in silenzio compiono un servizio indispensabile per la sanità pubblica, quale è il dono gratuito del sangue. Non è nello stile dell’avisino celebrare con toni trionfalistici le tappe del proprio vissuto quotidiano. È sufficiente leggere con attenzione i dati statistici che la dirigenza di Avis pubblica alla fine di ogni anno sociale per rendersi conto dell’importanza e della tuttora attuale validità dell’opera del donatore di sangue.

Cenni storici delle origini

Nel giugno-luglio 1934 il dr. G. Sinigaglia, primario della Div. di Chirurgia settica dell’Ospedale Civile, relazionava alle autorità sanitarie e alle istituzioni pubbliche della città e della provincia sulla necessità di istituire anche a Brescia una Sezione Avis. L’esempio, preso da altre città italiane, formulava un programma operativo in collaborazione con il Direttore della Croce Bianca, dr. Gino Briosi. Il 29 novembre 1934 il Consiglio di amministrazione dell’Ospedale approvava l’annessione all’Ospedale della Sezione bresciana di Avis. Il dr. Sinigaglia veniva nominato Presidente.

 

Un antico detto latino recita “per aspera ad astra”.

Il cammino di Avis si dimostrò subito arduo e irto di difficoltà. L’associazione doveva vivere di mezzi propri, in alcune sezioni i donatori si autotassavano per ottenere un distintivo o un labaro. Spesso i donatori stessi svolgevano gratuitamente i lavori di segreteria (Sig.ra Melania, Sig.ra Piantoni, Effedri e tanti altri). Le ore di assenza dal lavoro non venivano retribuite e molte aziende erano altresì restie a concedere permessi non retribuiti per rispondere alle chiamate che all’epoca erano quasi sempre motivate dall’emergenza emorragia (da traumi, da parto, da interventi chirurgici ecc..).

Il periodo del regime fascista

Dopo gli sforzi compiuti da Sinigaglia e da Briosi, nel 1937-38 Avis dovette fronteggiare l’imposizione fascista. In sede nazionale la dirigenza Avis rifiutò l’invito di aderire alle organizzazioni sociali del regime a difesa della propria identità di associazione libera e autonoma. Il governo fascista dunque istituì i Comitati provinciali dei donatori di sangue con l’evidente intento di boicottare l’opera di Avis e di contrapporre ai volontari avisini i donatori di sangue retribuiti.

 

Nel 1943, a seguito delle inique leggi razziali, Sinigaglia dovette emigrare in Svizzera. Gli subentrò nella direzione di Avis il prof. Luigi Beltrametti, primario della Div. di Medicina generale e allievo dell’ematologo di Pavia Adolfo Ferrata. Con l’amorevole assistenza e l’alta competenza professionale della indimenticabile Sig.ra Melania, Beltrametti fece del Laboratorio di reparto l’operosa fucina a cui affluivano i donatori.

Nel settembre 1948 Beltrametti mi convocò nel suo studio e mi propose di assumere la guida delle poche decine di donatori superstiti. Questi erano costituiti in massima parte da infermieri dell’Ospedale e da militi della Croce Bianca.

La storia di Avis durante il periodo postbellico

Nelle difficili condizioni di vita della popolazione in tale periodo non era facile reclutare donatori. I disagi del vivere quotidiano erano molti, le ferite della guerra enormi, la fame tanta. Alcuni donatori non disdegnavano di accettare il chilogrammo di zucchero o la bistecca che l’ospedale offriva loro dopo il salasso. Le necessità di sangue legate soprattutto alla ripresa della attività assistenziale aumentavano di giorno in giorno. I donatori disponibili in città risultarono ben presto insufficienti.

 

Durante gli anni ’50—’60 Avis dovette compiere uno sforzo organizzativo notevole per far fronte alle richieste di sangue.  Si dovette dapprima dar vita a nuove Sezioni nell’ambito della provincia (che fortunatamente si svilupparono con ammirevole rapidità). In secondo luogo ci si impegnò a creare una rete di punti di raccolta presso le varie sedi comunali (una cinquantina circa) con l’impiego periodico di alcune decine di operatori sanitari (medici, infermieri, segretarie, inservienti, autisti ecc.). Tutto lavoro fu gestito da Avis senza alcun valido aiuto da parte delle istituzioni sanitarie. Ciò fu causato anche per la carenza di leggi specifiche che regolassero la materia. Le prima legge organica risale infatti al 1967 e all’epoca negli ospedali italiani l’attività trasfusionale era affidata in genere ai Reparti di chirurgia, di ostetricia e ginecologia e alla rare Div. di ematologia esistenti.

La nascita del primo Centro Trasfusionale 

All’Ospedale di Brescia venne istituito, su sollecitazione di Avis, un primo Centro Trasfusionale (1961). L’Amministrazione lo affidò (a titolo gratuito!) al sottoscritto nella sua qualità di aiuto incaricato del Laboratorio di analisi e al tempo stesso presidente provinciale dell’Associazione. L’organico (un medico e un infermiere) e le attrezzature si rivelarono subito insufficienti e inadeguate.

Tuttavia in carenza di obblighi di legge l’amministrazione non diede riscontro ai ripetuti solleciti e richieste del dirigente responsabile. Fu un grave incidente trasfusionale a convincere gli amministratori a provvedere alla nomina di un primario del Centro e a dotarlo delle attrezzature necessarie. Chi vi parla dovette passare sotto le “forche caudine” di un procedimento giudiziario durato circa tre anni e risoltosi in istruttoria senza processo, ma con notevole danno economico e di immagine.

Continua il difficile percorso nella storia di Avis

Fece seguito un altro lungo periodo di circa 20 anni, di incomprensioni e di difficoltà di dialogo fra la Associazione e il primario del C. T. Egli male sopportava che i donatori volontari avessero un ruolo importante per gli ammalati e non capiva che l’esistenza e lo stesso funzionamento del Servizio a lui affidato erano necessariamente legate alla presenza di Avis. Senza una organizzazione che assicurasse un rifornimento efficiente e continuativo di sangue non era possibile garantire il soddisfacimento delle necessità terapeutiche dei reparti.

Nonostante le difficoltà di rapporto con il C. T. Avis continuò ad incrementare le proprie prestazioni e nel 1985 i donatori bresciani attivi raggiunsero la cifra di 25.000 con oltre 55.000 unità di sangue donato dell’arco di un anno.

 

Ma gli ostacoli non erano ancora terminati, perché un nuovo incidente trasfusionale coinvolge il primario del centro e altri operatori sanitari fra i quali anche l’amico Callegari, che fortunatamente venne assolto da ogni imputazione nello svolgimento del processo.

Con la nomina del nuovo primario del Servizio, la dott.ssa Mirella Marini, i rapporti Avis-C.T. migliorano rapidamente e radicalmente ed oggi la navicella Avis naviga in acque tranquille e sicure, ottimamente guidata da dirigenti saggi e competenti e validamente protetta dalle capacità professionali del primario del S.I.T.

Gli obiettivi di Avis, ieri come oggi

Ho voluto ricordare ai giovani dirigenti in carica alcuni momenti difficili della storia recente della Associazione perché facciano tesoro della esperienza di chi li ha preceduti, a salvaguardia del prestigio e della immagine di Avis. Perchè sappiano esigere da parte delle istituzioni della sanità pubblica una netta distinzione di competenze e di responsabilità fra il volontariato e i servizi tecnici. Ricordino che Avis è nata e motivata per formare, assistere e tutelare il donatore incrementandone il numero e qualificandone le prestazioni e non già per gestire servizi di valenza tecnica, come d’altronde si verifica in altre organizzazioni del volontariato a base donazionale quali ADMO, AIDO, AIL ed altre.

 

I dirigenti associativi sentano l’obbligo di custodire gelosamente il patrimonio di ideali e di opere che rappresentano la vera ricchezza del volontariato. Si impegnino a far sì che i progressi della tecnologia non offuschino mai il profondo valore etico del dono del sangue.

 

– prof. Mario Zorzi

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