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La solidarietà promossa dallo Stato e l’azione degli enti no-profit
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La solidarietà promossa dallo Stato e concretizzat...

La solidarietà promossa dallo Stato e concretizzata nell’azione degli enti no-profit

La solidarietà promossa dallo Stato e concretizzata nell’azione degli enti no-profit

Nel 2018 Giulia Corti è una studentessa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. Frequenta il corso di laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione della Facoltà di Scienze della Formazione ed è prossima alla laurea. Come argomento di tesi Giulia ha deciso di portare la sua esperienza diretta in AVIS Provinciale Brescia con il progetto “Piacere, AVIS. E tu?”.

Ciò che segue qua e negli articoli delle prossime settimane è l’elaborato discusso da Giulia per la sua tesi durante l’anno accademico 2018/2019. La giovane ragazza ha voluto farne dono come testimonianza diretta di partecipazione attiva nel progetto avisino.

Cogliamo l’occasione per ringraziare Giulia per il regalo che ci ha fatto e pubblichiamo di seguito una parte del primo capitolo della sua tesi. Clicca qui per leggerne l’introduzione.

AVIS una storia di solidarietà

1.1 La solidarietà promossa dallo Stato e concretizzata nell’azione degli enti no- profit

Un tema che ha interessato il dibattito politico attuale riguarda il ruolo dello Stato e delle sue Istituzioni nella promozione tra i cittadini di alcuni valori, come ad esempio la solidarietà e la donazione. Nell’agosto 2019, tra i banchi del Parlamento italiano, è stato approvato il reinserimento, all’interno del sistema scolastico, della disciplina “Educazione Civica”. Questa nuova materia, che dovrebbe entrare negli orari degli studenti frequentanti l’anno scolastico 2020-2021, venne inserita per la prima volta nel 1958 da Aldo Moro, allora Ministro dell’Istruzione. Queste due ore al mese obbligatorie vennero affidate al professore di Storia, senza valutazione. Una novità che subì presto un arresto: le ore vennero sacrificate per ragioni finanziarie.

L’insegnamento di Educazione Civica, oggi, ha come obiettivo principale quello di sviluppare in tutti gli studenti, dalla primaria alle superiori, competenze e quindi comportamenti di cittadinanza attiva ispirati, tra gli altri, ai valori della responsabilità, legalità, partecipazione e solidarietà.

 

Questo quadro di legge vuole sottolineare come la responsabilità di educare ai valori solidali non sia solo compito della prima agenzia di socializzazione, ma sia dovere anche dello Stato che deve avere come scopo principale quello di formare alla cittadinanza attiva. Come definito dal vocabolario Treccani, la cittadinanza attiva, è «l’insieme di forme di auto-organizzazione che comportano l’esercizio di poteri e responsabilità nell’ambito delle politiche pubbliche, al fine di rendere effettivi diritti, tutelare beni comuni e sostenere soggetti in condizione di debolezza».

Tale termine inizia a diffondersi in Italia nella seconda metà dell’Ottocento grazie a iniziative e ad attività promosse dalla Chiesa e dal movimento operaio. Il significato di cittadinanza attiva inizia poi a mutare con la nascita degli stati unitari e del Welfare State. Infatti, l’assistenza, la salute e l’educazione sono quest’oggi responsabilità dello Stato e non più espressione di altruismo e di solidarietà delle singole persone. L’introduzione di “Educazione civica”, quindi, si inserisce nella logica di uno Stato che si assume il compito di formare la propria cittadinanza.

 

All’interno della Costituzione Italiana sono elencati alcuni valori fondamentali per costruire una popolazione attiva. Infatti, un valore citato e su cui è importante soffermarsi, è quello della solidarietà. Questa viene presentata nell’ART. 2: «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

 

Una delle discipline che ha descritto la solidarietà è stata la sociologia. Quest’ultima mostra come sia possibile trovarne diverse tipologie:

 

  • La solidarietà breve è quella che si sviluppa in piccoli gruppi come ad esempio quello familiare.
  • La solidarietà media è quella che riguarda esperienze di natura sindacale che hanno avuto spesso una natura rivendicativa o di tipo cooperativo.
  • La solidarietà lunga, invece si esprime nelle forme di generosità e che si manifesta di fronte a situazioni di bisogno. Questo tipo di solidarietà si può definire come «la capacità di cum-patire, nel dare direttamente una mano a chi soffre, non importa se vicino o lontano». Questa caratterizza il nostro secolo e sembra essere quella che anche lo Stato italiano voglia incoraggiare.

 

La solidarietà viene definita anche da L.Gallino (1927-2015), sociologo, scrittore e docente universitario italiano, nel 1978 all’interno del Dizionario di sociologia dell’UTET come «Termine in auge in sociologia dell’Ottocento e dei primi del Novecento, per designare la capacità dei membri di una collettività di agire nei confronti di altri come un soggetto unitario». Egli aggiunge «Caduto pressoché in disuso nel lessico contemporaneo, la tematica ad esso soggiacente viene discussa ormai da decenni sotto la veste di concetti quali integrazione sociale, consenso, sistema sociale». Quaranta anni dopo, questa seconda affermazione sembra essere stata smentita vista l’ampia diffusione del termine “solidarietà” nella società contemporanea. Questo suo ritorno in auge deriva dal crescente bisogno di aiuto proveniente dall’aumento di un pluralismo variopinto di opinioni, situazioni differenti che caratterizzano la società attuale rendendola così poco stabile ed incline al cambiamento. Per questo motivo, la solidarietà che si sta sviluppando negli ultimi anni, è di tipo “lunga” ovvero una solidarietà che tende a sistematizzarsi a bisogni di lunga durata e che trovano risposta nello svilupparsi di forme di volontariato organizzato.

 

Riguardo il ruolo che lo Stato deve assumere nella promozione di una “gioiosa solidarietà”, molti autori si sono espressi portando alla luce opinioni e teorie a volte opposte tra loro. J. Godbout (1933-) intellettuale canadese, sottolinea come la presenza dello Stato sia elemento disturbante ed ingombrante nella diffusione dello spirito del dono anti-utilitario che muove i donatori e perciò ritiene come questo debba astenersi dall’assumersi tale responsabilità. Completamente opposta, invece è la posizione di R.Titmuss (1907-1973), esperto inglese nel campo delle politiche sociali, il quale riteneva che lo Stato fosse il soggetto capace di suscitare l’altruismo sociale, ma non solo. Egli credeva che lo Stato potesse riuscire a creare zone morali nel cuore dell’economia di mercato. Infatti l’apparato statale per R.Titmuss sarebbe capace di stimolare l’altruismo disinteressato arrivando a far aderire i cittadini a valori di solidarietà e di fiducia in un «modello consapevole e responsabile di cittadinanza. A suo avviso i soggetti imparano ad essere altruisti grazie al contributo delle Istituzioni che promuovono sentimenti morali rispettosi dei bisogni altrui.

 

Uno Stato unitario e democratico, quindi, può e deve porsi come soggetto promotore di valori filantropici, ma spesso alcuni elementi di contesto hanno reso imprescindibile nella storia della diffusione di tali valori il ruolo di enti no profit. Alcune cause di questo paiono rintracciabili nella crisi del Welfare State e nella comparsa di nuove richieste in una popolazione sempre più eterogenia. Il Welfare State è un sistema che si pone come obiettivo quello di fornire servizi e garantire diritti ritenuti essenziali per la tutela di un tenore di vita accettabile sotto il punto di vista della pubblica istruzione, dell’assistenza sanitaria, difesa dell’ambiente, assistenza all’invalidità e alla vecchiaia e accesso alle risorse culturali.

 

Oggi questo sistema è entrato in crisi a causa della sua difficoltà a rispondere ai bisogni sociali. Questo perché a fronte dello sviluppo di nuovi bisogni, mancano risorse finanziarie per soddisfarli. Questi fattori stanno portando al superamento del modello di Welfare e si sta aprendo la strada all’idea di un Welfare Generativo, ovvero un sistema che sappia rigenerare le risorse già disponibili, che sappia responsabilizzare le persone che ricevono aiuto senza limitarsi solo alla raccolta e alla distribuzione di risorse. L’idea di un Welfare generativo è stata promossa ad esempio dalla Fondazione Zancan nel Rapporto sulla lotta alla povertà 2012 a seguito dell’analisi dei dati emersi tra il 2011-2012 sulla povertà. La disoccupazione è tema che in Italia colpisce oltre 3 milioni di persone. Per questo motivo formare in modo generativo le generazioni future può essere fattore di crescita per lo Stato stesso. Conseguentemente allo sviluppo globalizzato, alla crescita tecnologica e alla diffusione di mezzi di comunicazione che consentono alle persone di essere qui ed ovunque, la popolazione sta diventando più eterogenea e diversificata sotto numerosi aspetti come quello etico, comportamentale e culturale. Tutto questo accompagna nuove richieste difficili da soddisfare per lo Stato.

 

Per questi motivi, anche nella società attuale, sta aumentando il bisogno di realizzare una solidarietà organizzata, che vede la partecipazione dei cittadini in modo strutturato e cooperativo. Infatti, in Italia «il comparto delle aziende no profit conta su circa 52.000 unità (..), e si avvale dell’attività preminente o integrativa di volontari che assommano a circa 300.000 persone. Queste aziende sviluppano una spesa corrente di circa 30.000 miliardi e i volontari, qualora fossero pagati come lavoratori retribuiti, sarebbero destinatari di una retribuzione complessiva di circa 10.000 miliardi». E’ evidente, quindi, come formare la cittadinanza all’aiuto reciproco sia un elemento chiave nell’economia di un Paese. Questo perché uno Stato che non trova appoggio negli enti no profit e quindi di conseguenza non trova sostegno dal mondo del volontariato, difficilmente riesce a creare benessere economico, sociale e sanitario assistenziale. Il compito dell’educazione, quindi, è di “allungare” la solidarietà spontaneamente vissuta a livello famigliare e amicale fornendo prospettive di lungo respiro. Per chi lo sostiene, uno degli obiettivi delle scienze pedagogiche deve divenire quello di far comprendere che esiste una continuità fra la solidarietà a volte simbiotica che il genitore avverte per il suo bambino e la solidarietà che lega il destino di ogni uomo a quello di qualunque altro. Un’educazione che si prefigge questo orizzonte consente di facilitare l’attività degli enti no profit e consente di migliorare il funzionamento complessivo dell’apparato statale.

 

Numerosi sono Associazioni, Enti, Organizzazioni che grazie al loro operato aiutano quotidianamente i cittadini e conseguentemente li formano ai valori della solidarietà. L’AVIS, ad esempio, Associazione Volontari Italiani Sangue aiuta lo Stato italiano, in quanto il sangue è una risorsa necessaria per il sistema socio-sanitario italiano stesso, e perciò la raccolta del sangue attraverso donazioni volontarie e gratuite diventa fondamentale per il benessere pubblico e per il corretto funzionamento dell’ambito sanitario.

 

Ben venga l’introduzione allora, di “Educazione Civica” nel sistema scolastico, ma lo Stato e i suoi Ministeri dovrebbero appoggiare queste realtà benefiche che spesso sono le prime a sviluppare progetti e attività formative aventi come obiettivo la semina nelle nuove generazioni di alcuni valori, quali la solidarietà, che la Costituzione propugna negli articoli.

 

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